In queste settimane (ogni giovedì sera, fino al 28 novembre), RAI 5 ci delizia con alcune prove de La Traviata guidate da Riccardo Muti (https://www.riccardomuti.com/2019/11/07/muti-prova-la-traviata-su-rai-5/).
La registrazione è stata effettuata a Ravenna, nel Teatro Dante Alighieri, in occasione dei corsi della “Riccardo Muti Italian Opera Academy”: un consesso di giovani strumentisti (l’Orchestra “Luigi Cherubini”), cantanti, maestri accompagnatori e direttori d’orchestra internazionali, preventivamente selezionati e poi coinvolti in concerti e tournées che, quest’anno, sono giunte persino a Tokyo.


Tokyo Bunka Kaikan, l’auditorium che ha ospitato la “Riccardo Muti Italian Opera Academy” in Giappone, nell’aprile del 2019

Le puntate finora trasmesse dalla RAI sono, a dir poco, entusiasmanti!
La profondità di pensiero musicale, l’attenzione ai geniali particolari delle pagine verdiane, la sensibilità verso gli esecutori, la perfetta conduzione tecnica ed espressiva del canto lirico, unite alla proverbiale ironia di Riccardo Muti offrono una lettura illuminante del capolavoro.


Frontespizio de La Traviata, nella riduzione per Canto e pianoforte pubblicata da Ricordi.

Mettendo da parte pudore e modestia, mi ha umilmente gratificato ascoltare, nelle indicazioni del grande direttore, molti spunti che abbiamo còlto e sviluppato nelle masterclass de Le Muse. Da diversi anni, infatti, accanto alla formazione squisitamente tecnica, proponiamo ai cantanti degli approfondimenti sulla natura dei personaggi interpretati e sulla comprensione essenziale delle relazioni fra musica e testo nella letteratura del Belcanto

Rimanendo adeguatamente nano sulle spalle di simil gigante (l’eccelso Muti), mi proverei a riflettere su qualche aspetto del brano forse più famoso di Violetta Valéry, quel “E’ strano…/ Sempre libera”, in cui lotta la sua natura fra idillio e fremito (Atto I, scena quinta).
In partitura è definito “scena ed aria”: un quadro complesso, quindi, con sfumature emotive mutevoli nell’espressività del personaggio.
Consideriamo che si tratta di una sorta di presentazione: Violetta rimane sola, all’alba, al termine della festa e riflette sulla propria condizione. Mostrando uno stato interiore che, in una sola parola, è di totale smarrimento. Smarrimento in senso propriamente fisico: perduta, esitante, innamorata di sé e di Alfredo, sul baratro di un ignoto affetto straziante (“croce”) e sublime (“delizia”).
Prima ancor che il testo dichiari tutto ciò in versi, Verdi ci trascina nel labirinto di Violetta fin dalle prime misure: lo scarto cromatico fra il Mib ribattuto (“in core scolpiti ho quegli”) e il Mi naturale successivo, intonato con salto di ottava discendente, sulla parola “accenti” già dichiara lo stridore di un contrasto seducente e doloroso.


Federico Madrazo y Kuntz, Ritratto della Contessa di Vilches, 1853

Anche le scelte dei tempi corrispondono a questo barcollamento della psicologia di Violetta: dal 4/4 iniziale, si passa al 3/8 cullante nella raffigurazione di Alfredo (“Ah, fors’è lui che l’anima solinga ne’ tumulti godea sovente pingere”), si torna al 4/4 per biasimare il cedimento sentimentale (“Follie!.. Follie!..”), ci si lancia nel turbine del 6/8 per scrollarsi ogni vincolo (“Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia”), torna il 3/8 con la voce fuori scena di Alfredo (“Amor è palpito dell’universo intero”) e, infine, nella “coda” ritroviamo la successione di 4/4 e 6/8.


Charles Vernier, Valse au bal Mabille, 1860 ca.

Senza poter esaurire in un blog le sublimi caratteristiche di questo brano, vale però la pena di sottolineare almeno un altro passaggio rivelatore.
Sui versi “gioire!../ di voluttà…ne’ vortici perire”. Verdi non si limita ad illustrare l’emozione di Violetta, ma attraverso l’ebrezza delle fioriture vocali ci getta nel medesimo turbine della protagonista. E tutte le parole del testo divengono ancor più premonizione che descrizione. Il “vortice” si fa simbolo del destino di Violetta: quanto ora espansivo e inebriante, tanto travolgente e funesto, nel finale.
Quello che il Maestro di Busseto predicava in una lettera all’amico Francesco Florimo, “Tornate all’antico e sarà un progresso”, lo vediamo qui applicato, con acume assoluto. La stretta e necessaria relazione fra parola e musica diventa quasi tridimensionale in questo passaggio. Sfrutta l’antico principio dei “madrigalismi” rinascimentali, ossia la possibilità di rappresentare in forma sonora un elemento visivo o emotivo. E la musica qui si fa “vortice” e “gioia” nelle fioriture solitarie del canto, con l’orchestra “ammutolita” dalla eccitazione della protagonista.
Ecco come l’antico “madrigalismo” possa divenire espressione romantica, in questo caso addirittura capace di profetizzare il destino della protagonista.


Giovanni Boldini, Ritratto di Giuseppe Verdi, 1866. Milano, Casa di Riposo per musicisti “Giuseppe Verdi”.

Forse è il melodramma stesso, in opere così evocative e infinitamente sorprendenti, a disegnare il “palpito dell’universo, dell’universo intero, misterioso, altero”. Un atto d’Amore, insomma.
Grazie a Giuseppe Verdi, grazie a Riccardo Muti, grazie ai giovani interpreti dell’Accademia ravennate: siamo vostri compagni di viaggio nella infinita esplorazione della “parola lirica”.

Un caro saluto e arrivederci alla prossima chiacchierata.
Carlo Boschi
blog@lemuse.or.jp
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