“Lo scopo del Belcanto è di suscitare meraviglia, grazie alla preziosità dei timbri, la diversità dei colori e delle sfumature, l’articolazione dei virtuosismi vocali complessi e variati all’infinito e l’abbandono estatico del suo lirismo………. Il belcantismo fu un fenomeno storico che coprì un preciso periodo……… Parlare di belcantismo per i compositori posteriori a Rossini è improprio o errato.” (Rodolfo Celletti, Storia del Belcanto, ed.  Discanto, 1983)

Ogni volta che rileggo queste righe, mi chiedo: ma prima (e dopo) del Belcanto barocco, che cosa fu il Bel Cantare?

La parola “Cantare” viene dal sanscrito “Cansati”, nel senso di “celebrare e narrare”.
A ben vedere, narrazione e celebrazione rispondono alla medesima esigenza: creare un contatto con mondi ulteriori e seducenti. Da questa necessità fiorirono l’epica, la lirica, la tragedia (e il suo moderno derivato, il melodramma). Monteverdi lo predicava, rifacendosi ai Greci: “l’armonia è serva dell’orazione”. Un legame inscindibile.


Claudio Monteverdi

A sua volta, l’aggettivo “Bello” viene dal latino “Bellum”, diminutivo e vezzeggiativo di “Bonum”. Bello e Buono, due facce di una stessa medaglia.
Lo sosteneva già Platone nel IV sec. a.C.: “Tutto ciò che è buono è bello e non senza misura è la bellezza” (Timeo, 87c).
La nozione di “misura” è quindi fondamentale: non solo misura matematica (come diceva già la scuola pitagorica), ma misura della opportunità. Quale musica per quale rito, quali infinite espressioni per infinite mitologie ed emozioni?
La Storia del Belcanto coincide con le forme di questa “misura”.

 
Platone, in La Scuola di Atene (part.) di Raffaello Santi. Roma, Musei Vaticani.

In sintesi, potremmo dire che il Bel Cantare sia una narrazione celebrativa, in cui il Bello coincida con il Buono. Evidentemente, si tratta di un linguaggio extra-ordinario, con tecniche e scopi extra-ordinari. In una parola, si tratta di un Rito!
Il rito richiede formule più o meno segrete, capaci di suscitare stati interiori altrimenti irraggiungibili.

La conoscenza e l’esatta espressione di queste formule costituiscono la “virtù” dell’esecutore, la radice del suo “virtuosismo”.
Qui entra in gioco l’apprendimento e l’interiorizzazione delle tecniche (vocali), indispensabili per l’esercizio di espressioni (fisiche ed emotive) altrimenti innaturali.
Se tali espressioni “innaturali” divengono ordinarie e “naturali”, sorge l’arte del Bel Cantare.

Quell’arte che, più direttamente di ogni altra, assale la nostra carnalità: un vero corpo a corpo che suscita nei tessuti dell’ascoltatore una perfetta identità vibratoria con il virtuoso.
Vi aggiunge forza la complessità dell’apparato scenico e la fisicità della recitazione, per un completo abbandono alla catarsi.


Orfeo. Roma, Museo Altemps

Canto e Belcanto coincidono ogni volta che l’interprete rispetti la propria missione rituale: superare se stesso nella celebrazione di una conoscenza sempre nuova e stupefacente. Non a caso, le parole canto e incantesimo  hanno la stessa radice.
Vietato ogni compiacimento di sé, ogni amore per l’espressione retorica e vuota, per la ripetizione di risultati già raggiunti.
L’unico virtuosismo è quello generato da queste virtù: estetiche ed etiche nello stesso tempo, secondo misure opportune, come dice Platone.
Il termine greco “aisthesis” (da cui il nostro “estetica”) indica la capacità di “percepire con i sensi” e, quindi, partecipare fisicamente allo svolgimento del rito artistico.
Nulla di più etico, quindi, del trasformare se stessi, di sottoporsi a questa “purificazione”, attraverso la sublime pratica canora.
In ogni luogo, in ogni epoca.
Seguendo l’eterna e universale arte del Bel (e Buon) Canto.


“Rosa del ciel” da L’Orfeo di Claudio Monteverdi.
Orfeo: Furio Zanasi. Euridice : Arianne Savall. La Capella Reial de Catalunya e Le Concert des Nations. Direttore: Jordi Savall.

Un caro saluto e arrivederci alla prossima chiacchierata.
Carlo Boschi
blog@lemuse.or.jp

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