“Quando sostengono  che il canto napoletano sia di carattere popolare, sentiamo che qualcosa stona…”
No, non è lo stesso articolo della scorsa settimana!!
Stesso inizio, ma punto di vista diverso: sarà vero questa sensazione anche da una differente prospettiva?
Se siamo d’accordo che l’influenza del repertorio partenopeo sulle composizioni più “coltivate” dell’Ottocento sia notevole, possiamo credere che accada anche il contrario? Come mai, tanti elementi della musica più erudita riescono ad insinuarsi nei piccoli capolavori napoletani?
Un presupposto essenziale, per simile fecondazione, sta nella fluidità di quel tessuto urbano, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento. Colpisce, rispetto ad altre città europee, la permeabilità delle classi sociali, sia sul piano espressivo che negli scambi culturali.
La ragguardevole espansione industriale, le relazioni artistiche internazionali (con le mode che ne derivano), il ruolo degli editori e dei tipografi, capaci di occupare capillarmente il mercato musicale, sono solo alcuni degli  elementi che favoriscono questo felice dialogo.


Inaugurazione della linea ferroviaria Napoli – Portici (3 ottobre 1839). Stampa d’epoca.

Tutta Napoli, in particolare, è invasa dalle “copielle” e dai “fogli volanti”, agili edizioni a stampa che propongono i testi e, a volte, anche la linea melodica delle canzoni. Si vendono ad ogni angolo di strada e conoscono tirature mirabolanti. Tanto per farci un’idea: nel 1839, centottantamila copie per Te voglio bene assaje e, nel 1880, un milione di copie per Funiculì funiculà!!
Il poeta Giuseppe Regaldi (una specie di George Byron italiano…) nel 1847 annota: “ad ogni occasione di nuovo evento che tocchi l’animo del popolo, compare una nuova canzone, la quale fa tacere le sue sorelle e prende il dominio delle voci canore  e degli stromenti musicali. Non vi ha scrittura, nel Regno di Napoli, di cui si stampino e si vendano copie in tal numero, quanto avviene giornalmente di tali canzoni.”


Copiella di Torna a Surriento (1894), con testo e ritratto del poeta Giambattista De Curtis.

Questa letteratura di strada alimenta, poi, l’abitudine virtuosissima delle cosiddette “Periodiche”, riunioni salottiere che si organizzano tanto nelle case della buona borghesia, quanto nelle abitazioni più modeste. Ma tutte sono accomunate da un carattere spettacolare fatto di canzoni, macchiette, recitazioni drammatiche, concerti e danze. Naturalmente, con interpreti proporzionati alle disponibilità economiche degli organizzatori.
Ed è qui, soprattutto, che gli stessi ascoltatori vedono affiancarsi brani del grande repertorio internazionale e composizioni autoctone.
Nei migliori ambienti, fra questi ascoltatori troviamo anche gli eccellenti autori del canto napoletano: massimi poeti come Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo o, fra i compositori, i celebri Mario Costa, Vincenzo Valente ed Ernesto De Curtis.


Napoli, Interno del Caffè Gambrinus, inaugurato nel 1860.

Ma la figura di raccordo tra salotto e strada, fra storia e cronaca musicale, fra canzone e melodramma, fra Napoli ed Europa fu certamente Francesco Florimo.
Il suo ruolo di compositore, pur apprezzabile, passa in secondo piano rispetto al lavoro di selezione, raccolta e riscrittura dei repertori “popolari” già esistenti. Il loro arricchimento (in senso classico) emerge dalle nove raccolte di musiche tradizionali, arrangiate dalla mano sapiente e coltivata di Francesco Florimo. Il suo ruolo ventennale (1844-1864) di Bibliotecario e Archivista nel Conservatorio di S. Pietro a Majella lo mise a contatto con l’immenso patrimonio di capolavori (molti ancor oggi inediti) lì raccolto.  E da questa frequentazione, dagli studi severi compiuti con Nicola Zingarelli, dall’amicizia fraterna con Vincenzo Bellini nacque un nuovo stile per il canto napoletano fatto di valorizzazione espressiva della poesia e raffinate armonizzazioni.


Vincenzo Morani, Ritratto di Francesco Florimo (ca. 1865)

Dal luminoso esempio di Florimo, scaturiscono le creazioni celeberrime del secondo Ottocento napoletano e autori come Ernesto Murolo o E. A. Mario, Francesco Paolo Tosti renderanno “classico” e raffinatissimo un canto che, senza timore di smentita, possiamo accostare alla produzione liederistica europea, solo apparentemente più blasonata.


Era de maggio
– Versi di Salvatore Di Giacomo, musica di Mario Costa (1885)  – Voce, Franco Battiato


I’ te vurria vasà – Versi di Vincenzo Russo, musica di Edoardo Di Capua (1900) – Voce, Roberto Murolo


Marechiare – Versi di Salvatore di Giacomo, musica di Francesco Paolo Tosti (1885) – Voce, Tito Schipa

Un caro saluto amici, per ritrovarci al più presto.
Carlo Boschi
blog@lemuse.or.jp

 

 

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