Cari amici, oggi concludiamo la nostra visita, nei Musei Vaticani, agli affreschi di Raffaello per la Stanza di Eliodoro.
Con gli articoli precedenti abbiamo cercato di indagare il progetto complessivo del lavoro  e poi esplorato le prime due scene 
dipinte: La Cacciata di Eliodoro e la Messa miracolosa di Bolsena.
Immaginiamo, adesso, di tornare al centro di questa  “partitura visiva” e continuare a leggere la composizione negli episodi successivi.
L’incontro di San Leone Magno e Attila (ultimato da Raffaello nel 1513) rievoca la forza persuasiva del papa Leone Magno, capace di dissuadere Attila e i suoi Unni dall’invadere l’Italia nel V secolo. Nell’intenzione di Raffaello, l’autorità del pontefice è rafforzata dall’intervento dei santi Pietro e Paolo, armati e sospesi nell’aria, proprio come gli angeli incombenti su Eliodoro nella pittura antistante.
Siamo ancora di fronte a un episodio di “scampato pericolo” per la Chiesa: una celebrazione di forza che sarà amaramente smentita, quattordici anni più tardi, dal Sacco di Roma, ad opera di barbari ben più crudamente determinati: i Lanzichenecchi di Carlo V.


Raffaello Santi,  L’incontro di San Leone Magno e Attila, 1513. Città del Vaticano.

Come nella Cacciata di Eliodoro, anche qui si configurano due settori (due sezioni corali) ritmicamente opposti: a sinistra, l’insieme compassato e ieratico del corteo papale; a destra, lo scompiglio agitato delle truppe di Attila.
L’avanzare solenne del pontefice suona come la linea melodica di un tenor: guida per il contrappunto delle altre voci/personaggi. Considerando che la voce del tenor è spesso ripresa dal canto gregoriano, la figura di Leone Magno ne incarna perfettamente la natura religiosa e musicale. Qui, nelle fattezze dell’antico pontefice, spicca il ritratto del suo omonimo contemporaneo, Leone X Medici, addirittura rappresentato due volte: come cardinale e come papa.
Più in alto, a garanzia e protezione, si librano i due santi, non a caso patroni di Roma e fondatori della Chiesa. Giungono a rafforzare la linea del tenor, intonandolo ad ottave superiori, ancor più eteree e penetranti.


Raffaello Santi,  L’incontro di San Leone Magno e Attila, part.

Nel centro dell’affresco e a sinistra, le figure assumono, per contro, pose turbinose rispetto alla sobrietà del tenor, come gorgheggi emotivi e fioriture cromatiche.
Si staglia la figura di Attila, serpeggiante in esplosivo melisma plastico. Il suo movimento spicca, fisicamente e idealmente, sulla massa agitata e ignara del suo seguito. E’ il suo canto atterrito di fronte alla potenza invalicabile del papa Leone: Terribilis est!
Il suo gesto melodico viene visivamente confermato, imitato e amplificato dai cavalli sulla destra.
Come nella scena di Eliodoro, anche qui abbiamo il contrasto fra due sezioni, opposte per timbro ritmo e melodia, nei due lati della parete. La loro sublime conciliazione figurativa è frutto di una scienza armonica in tutto simile a quella musicale.


Raffaello Santi,  L’incontro di San Leone Magno e Attila, part.

Ed eccoci, infine, alla Liberazione di San Pietro, completata da Raffaello nel 1514.
Leggiamo il dipinto partendo da sinistra in basso e subito appare quel moto a spirale già tanto coinvolgente negli altri affreschi: il soldato sugli scalini si avvita seduto, ancora incredulo, nel dormiveglia. Le sue mani arretrano sotto il braccio teso nella guardia in piedi. E proprio questo armigero in primo piano, ritratto di spalle, indica la scena centrale dell’affresco, la vera e propria “liberazione miracolosa”.


Raffaello Santi,  La liberazione di san Pietro, 1514. Città del Vaticano.

La cella e la sua grata, le guardie e le catene, il sonno di Pietro hanno ragione di esistere solo perché illuminate dall’angelo, solo per assicurare il giusto rilievo a quel “foro” raggiante in cui si prepara il risveglio di Pietro.
Subito a destra, lo stesso apostolo ci guarda remissivo e stupefatto a liberazione avvenuta.  Le chiavi che stringe in mano sono il suggello di una missione a venire, ma anche di una prigionia riscattata. Il suo segreto accordo con l’angelo si proietta verso il nostro punto di osservazione: lo sguardo di Pietro ci chiama a testimoni ed eredi di tale armonia. Un’armonia pittorica che è contemporaneamente sonora e musicale.
Gli squarci di luce (dux del contrappunto visivo) e il loro trascorrere sui corpi ignari (i comites), risuonano come la necessaria cadenza finale dell’intero ciclo.
L’angelo trionfa come tenor, determinante per le altre voci: tutte ne subiscono lo smagliante magnetismo, visivo, musicale e interiore. Pietro lo segue docilmente verso l’uscita dall’affresco, in obbediente imitazione, controcanto umano del suono soprannaturale.
Forse per questo Giorgio Vasari, nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (Firenze, 1550) scrive di questo capolavoro raffaellesco: “E, per cosa che contrafaccia la notte più simile di quante la pittura ne fece già mai, questa è la più divina e da tutti tenuta la più rara.”


Raffaello Santi,  La liberazione di san Pietro, part.

Se le pareti della Stanza di Eliodoro si svelano, così, come una coerente composizione contrappuntistica, la loro efficacia si completa nel confronto con gli affreschi (1514) dipinti nelle vele del soffitto secondo una disposizione consequenziale.
La cacciata di Eliodoro discende dal Mosè di fronte al roveto ardente , La Messa di Bolsena dal Sacrificio di Isacco, L’incontro con Attila dalla Riconciliazione fra Dio e Noè, la Liberazione di San Pietro dal Sogno di Giacobbe. Le immagini delle pareti rimandano, ancor più indietro nel tempo, agli episodi tratti dalla Bibbia, in un gioco di polifonie cronologiche di rara bellezza.
Così, l’intera Stanza di Eliodoro manifesta un’intima spiritualità immanente, attraverso (o meglio, oltre) il tempo, nella sua eterna contemporaneità e consonanza. Solo in tal senso, le pitture del soffitto coronano il grande progetto compositivo della Stanza.
Linee, colori, prospettive, movimenti, proporzioni sono polifonie: la loro vibrazione travalica il limite fisico del luogo e l’esperienza contemporanea, incarnando quella platonica Armonia delle Sfere che, inaudibile, si genera nel moto universale.


Raffaello Santi, Affreschi del soffitto nella Stanza di Eliodoro, 1514. Città del Vaticano

Un caro saluto a tutti voi, innamorati, come me, della musica.
Carlo Boschi
blog@lemuse.or.jp
SUBSCRIBE to LE MUSE BLOG