Claudio Monteverdi (1567/1643) vive in pieno la transizione stilistica fra Rinascimento e Barocco. Ma, ancor più che viverla, determina questa transizione: la impone con l’autorità dell’eleganza congiunta all’intensità espressiva.
Accanto alle celeberrime prove polifoniche, condensate nella varietà eclettica dei suoi madrigali, lo vediamo trionfalmente imporsi alla Storia, con la creazione de L’Orfeo, nel 1607.

Frontespizio della prima edizione de L’Orfeo  di Claudio Monteverdi, Venezia 1609

Il momento musicale è critico: il passaggio dalla prospettiva contrappuntistica a quella monodica è ormai irreversibile e, con essa, la verticalizzazione armonica si impone quale “servizio” alla preminenza della voce solistica o corale.

Proprio due anni prima, nel 1605, Monteverdi stesso aveva ratificato questo cambiamento nella Prefazione al Quinto libro dei Madrigali e in un successivo approfondimento (a firma del fratello Giulio Cesare). Nasceva la “Seconda Pratica”: “far che l’oratione sia padrona dell’armonia e non serva”. Una piccola frase che diverrà pietra angolare nella costruzione di tutti i capolavori melodrammatici (e non solo) successivi.

Bernardo Strozzi, Ritratto di Claudio Monteverdi, 1635 ca. Venezia, Gallerie dell’Accademia

E siccome Claudio Monteverdi fu uomo di poche parole, ma di infinita creatività, eccolo subito a tradurre in capolavoro la teoria appena esposta.
Nasce, come detto, L’Orfeo.
Rappresentato a Mantova il 24 febbraio 1607, con il concorso dell’Accademia degli Invaghiti, il lavoro ottiene immediata risonanza internazionale.
Gli appassionati dell’epoca lo salutano come un prezioso scandalo. Già stupiti dalle prove melodrammatiche fiorentine di alcuni anni prima, hanno qui la dimostrazione che il Mito è, per sua natura, contemporaneo alla sensibilità di ogni epoca.

Antonio Canova, Orfeo ed Euridice, 1775. Venezia, Museo Correr

Orfeo è figura indissolubilmente legata al Canto. Ne è l’incarnazione superiore e miracolosa, oltre i tempi e le culture.
E’ la sorgente naturale della “Seconda Pratica”, guida nelle segrete intenzioni della “oratione” poetica.
E Monteverdi lo omaggia con una fioritura di invenzioni sonore e drammaturgiche inusitate fino ad allora, ben oltre il “recitar cantando” dei contemporanei Giulio Caccini o Jacopo Peri.


Giorgio de Chirico, Orfeo solitario, 1973 – Roma, Museo Carlo Bilotti

Avvicinandosi a questo maestoso monumento teatrale, se ne distinguono meglio le preziose cesellature. Tentiamo di cogliere qualche barlume di tanta bellezza. E, per rimanere al protagonista della narrazione, prendiamo in considerazione due arie di particolare fascino e virtuosismo: “Tu se’ morta, mia vita”, nel secondo atto, e “Possente Spirto”, nel terzo atto.
I due brani sono speculari perché derivano da un medesimo trauma: la perdita di Euridice. Il primo è in forma di lamento; il secondo, di esoterica invocazione miracolosa.

Mosaico romano, Orfeo, II sec. d.C. ca. Torino, Musei Reali

“Tu se’ morta, mia vita” erompe dallo sconcerto atterrito di Orfeo, dopo la lunga e travolgente (anche per noi spettatori) narrazione della morte di Euridice.
Un pianto che sfocia nella folle intenzione di sovvertire le leggi dell’Universo: riscattata dalla lirica di Orfeo, la sposa amata verrà sottratta agli Inferi e condotta a “riveder le stelle”!!
Ma se ciò non accadesse? Se il dio Plutone fosse sordo ai poteri del canto? Allora, ci garantisce il poeta, anche per lui la vita avrebbe termine: “rimarrò teco, in compagnia di morte”. E, prima di inabissarsi alla prova ultraterrena, Orfeo canta una sublime progressione di addio al mondo sensibile, disposto anch’egli a “mai più, mai più non tornare”. Il tutto nella tonalità funerea di Sol minore, “lato oscuro” del Sol maggiore che aveva caratterizzato Orfeo nella felicità nuziale del primo atto.
Proprio sulle ultime parole dell’aria abbiamo la descrizione potentissima del percorso eroico attraverso gli elementi. Un addio cosmico, quale si addice ad un essere semidivino: “addio Terra, addio Cielo e Sole, addio!”. Qui la melodia disegna un ampio arco, prima ascendente fino al Sole e, quindi, inabissato nell’”addio” finale, con melodia così evocativa (“madrigalismo”) da trascinare l’ascoltatore in una piena esperienza fisica.


Furio Zanasi (Orfeo), “Tu se’ morta, mia vita”, Capella Reial de Catalunya, direttore Jordi Savall, 2002.

L’altra aria, “Possente Spirto” è prosecuzione e completamento delle stesse intenzioni.
Orfeo la canta di fronte a “Caron dimonio”, traghettatore impietoso delle anime.
La preghiera è identica a quella che ciascuno di noi esprimerebbe per riavere in vita una persona amata e scomparsa. Lo strazio uguale a quello di ogni perdita incolmabile. Ma come può rivoluzionarsi l’ordine dell’esistenza? Quale Sapienza particolare può consentirlo?
Tale potenza, insegna Orfeo, è propria solo del Canto. Ecco la Virtù dell’alchimia lirica, ossia il vero e trascendente Virtuosismo.
Con trasparenza geniale, Monteverdi affida ad Orfeo una melodia di straordinaria difficoltà esecutiva, di continue fioriture e variazioni.
E, grazie a queste superbe espansioni delle Virtù esecutive, ci riporta al centro del Mito.
Orfeo è Maestro, capostipite di una generazione di Eroi che annovera Violetta Valéry, Don Giovanni, Otello, Serse, Rigoletto, Lucia di Lammermoor, Leonora, Mimì e infiniti altri testimoni della potenza della “poesia in lirica”.

Furio Zanasi (Orfeo), “Possente Spirto”. Il Concerto Italiano. Direttore: Rinaldo Alessandrini, 2007

Un caro saluto e arrivederci alla prossima chiacchierata.
Carlo Boschi
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