Si parla molto, in queste settimane, delle accuse rivolte a Plácido Domingo per molestie sessuali.
Tutti si accaniscono nell’indagare sulla verità o falsità delle accuse.
A me piacerebbe comprendere, da questo spunto di cronaca, alcuni meccanismi che nascono sulle tavole del palcoscenico. E poi lavorano nell’animo di un interprete anche lontano dalla scena.


Domingo nella Luisa Miller al Metropolitan di New York (2018). Credits: Sara Krulwich/The New York Times

Plácido Domingo è uno dei pochi artisti del melodramma che hanno sconfinato nel sovrumano. 150 ruoli interpretati nella carriera (quasi tutti in scena: più di ogni altro tenore della storia). Repertori che spaziano dalla zarzuela alla lirica, dalle parti per tenore a quelle per baritono, dalla direzione d’orchestra al cinema. 11 lauree universitarie ad honorem, 22 onorificenze da diversi Paesi nel mondo. Il mese scorso, alla tenera età di 78 anni, ha ripreso il ruolo di Miller nella Luisa Miller di Verdi al Festival estivo di Salisburgo: standing ovation per lui, nel pieno della tempesta mediatica che lo attornia.

Al di là della colpevolezza o meno dell’artista spagnolo, qual è per lui (e per molti altri grandi interpreti) il confine tra personaggio e persona? 150 maschere indossate e dismesse, moltiplicate per le repliche (migliaia) nei teatri di tutto il mondo.
Dove si arresta il desiderio di Otello, Cavaradossi, Turiddu, Calaf, Rodolfo, Pinkerton e dove inizia quello del sig. Plácido Domingo?


Francesco Tamagno nei panni di Otello – Foto Ganzini, 1896.

Che il teatro si sia sempre identificato con un “luogo delle passioni” ce lo dicevano già gli antichi.
Passioni vissute nell’esplosione lirica del canto e condivise ogni sera da centinaia di persone adoranti. Passioni che generano magnetismo e adrenalina, ingredienti erotici per eccellenza.

Davvero ogni artista è in grado di spegnere con un click, a fine spettacolo, questo vulcano emotivo?
Un’ebrezza che è dono e maledizione contemporaneamente.
Quelle frasi tenorili che diventano proverbiali, anche nella vita quotidiana: “Questa o quella, per me pari sono”, “All’alba, vincerò!”, “Un bacio… ancora un bacio”,
“E questa mano stringermi, dalla sua man sentìa”, “O dolci baci, o languide carezze, “Celeste Aida, forma divina”, “Donna non vidi mai simile a questa”. E così via….

Il beato fraintendimento non è solo nell’esperienza dell’interprete. Viene rafforzato dal fanatismo degli appassionati. Sono loro il motore del divismo. Sono loro che succhiano il fascino di mille personaggi da un solo, mitico cantante.
Quanto ci è familiare il delirio di onnipotenza che ha esaltato e stroncato così tante star dello spettacolo!

Ma forse avevano già capito tutto gli antichi greci: per loro la Persona era la maschera che ogni sera indossavano gli attori.
“Essere o non essere? Questa è la domanda”. Per Plácido e per tutti noi.


Plácido Domingo, Jota “Te quiero, morena”

Arrivederci, alla prossima settimana!

Carlo Boschi
orfeo31@gmail.com