The famous Belgian detective Hercule Poirot, born from Agatha Christie’s pen, claimed that “one clue is a clue, two clues are a coincidence, but three clues are evidence”.
Good detectives (like the incurable curious) put together seemingly disparate elements to reconstruct a hidden or misunderstood reality.
Disguised as Roman Poirot, I ventured among the pages and scores of Da Ponte and Mozart, tickled by a passage from the Memorie of the great librettist.
Here I transcribe it and then we’ll see where it takes us…


Statuette of Hercule Poirot, in his adoptive city of Ellezelles (Belgium).

 

“…as soon as I got home, I wrote to myself. I went to the coffee table and stayed there for twelve hours continuously. A small bottle of “tockai” on the right, the inkwell in the middle and a box of Seville tobacco on the left.

A beautiful young girl of sixteen years of age (whom I would  have loved only as a daughter, but …) stayed in my house with her mother … and came to my room at the bell, which actually I rang very often. And singularly, when it seemed to me that the inspiration was beginning to cool down, she would bring me now a biscuit, now a cup of coffee, now nothing but her beautiful face, always gay, always laughing and made to inspire poetic inspiration and witty ideas. I studied for twelve hours every day, with brief intermissions, for two months continuously, and for all this space of time, she remained in the adjoining room, now with a book in her hand and now with a needle or embroidery, to be ready to come to me at the first touch of the bell. At times she stood by me, without moving, without opening her mouth, without blinking an eye, she stared at me, smiled at me with a very soft smile, sighed and some times seemed to want to cry: at court, this girl was my Calliope for those three operas, and she was my Calliope for all the verses I wrote for the whole course of the next six years. From the beginning, I very often allowed her such visits; I had to make them less thick, so as not to waste too much time in tender love affairs, of which she was the perfect teacher

 


Pietro Rotari, Ritratto femminile, 1760 ca.

Il primo indizio è svelato: il fascino e l’energia dell’adolescenza segnano profondamente la vita personale e professionale di Lorenzo Da Ponte. E rimangono a lungo nei suoi ricordi, visto che la prima edizione delle Memorie vedrà la luce solo nel 1823, trentasei anni dopo, in America.
Il periodo di cui qui scrive è la primavera/estate del 1787, quando lavora contemporaneamente all’Axur, Re d’Ormus per Antonio Salieri, a L’arbore di Diana per Vicente Martin y Soler e al Don Giovanni per Mozart.
Da questi piacevoli “mesi di galera”, credo che qualcosa della giovane Calliope sia trapelato anche nel cuore pulsante del Don Giovanni, insinuato nel brano forse più famoso e certamente più caratterizzante di tutta l’opera: l’aria di Leporello “Madamina, il catalogo è questo”.
Il ritmo poetico e la melodia, ambedue orecchiabili e raffinate, vanno intonate come l’annuncio dei titoli “nobiliari” di un ospite ad un ricevimento. Solo che qui il maggiordomo è lo scriteriato Leporello, l’ospite (Don Giovanni) si è dileguato abilmente e rimane la desolata Donna Elvira a “ricevere” il dileggio e l’onta.


Thomas Woolnoth, Edward Fizwilliam nei panni di Leporello, stampa del 1801

Nella giravolta inebriante dell’esposizione del Catalogo, c’è un cruciale punto tenebroso sul verso  “Sua passion predominante è la giovin principiante”, reso ancor più incisivo dalla complicità musicale di Mozart. Risorge in scena la “bella giovinetta di sedici anni” ed è per noi un secondo indizio……
Ma qui, con l’aggravante di una intonazione talmente “esplicita” da diventare quasi emblematica: nella partitura, l’ombra della tonalità di Re minore appare sulla parola “predominante”, con tritono (diabolus in musica) negli archi e stridente urto di seconda fra gli oboi. La frase si fa corrosiva, sotterranea, vera “passion predominante” del dissoluto Don Giovanni e rivelabile solo a mezza voce, estremo oltraggio per l’illusione amorosa di Elvira.
E con due indizi siamo alla “coincidenza”.


Evgenij Berman, Costume di scena per Despina, 1955

Ma, se guardiamo appena appena oltre, due anni dopo troviamo Da Ponte impegnato nella scrittura del Così fan tutte: all’inizio del secondo atto, troviamo l’astutissima servetta Despina che istruisce con sapienza e malizia le padroncine Fiordiligi e Dorabella, convertendole al gioco dell’adulterio.
Despina ha un preciso manuale d’istruzioni per adolescenti precoci e smaliziate, desiderose di tenersi al passo coi tempi.
“Una donna a quindici anni/ Dèe saper ogni gran moda, / Dove il diavolo ha la coda,/ Cosa è bene e mal cos’è;/ Dèe saper la maliziette/ Che innamorano gli amanti/ Finger riso, finger pianti,/ Inventar i bei perché”.
Che si nascondesse la giovane Calliope dietro la maschera di Despina? Non è una lirica traduzione del passo delle Memorie sopra citato, questo?
A onor del vero, il verso azzardato “Dove il diavolo ha la coda” appare solo in Partitura: nel libretto a stampa è sostituito da “Quel che il cor più brama e loda”. Lo scandalo in sala (e nell’esame della censura imperiale) è evitato, ma l’intenzione si rivela, impudica, sul palcoscenico.
Ecco, quindi, il terzo indizio, prova deliziosa di colpevolezza per il “gatto” Mozart e la “volpe” Da Ponte. E noi ci godiamo le infinite ricchezze del loro Campo dei Miracoli, dove abbiamo piantato le monete dei nostri sogni, per ricavarne il tesoro della loro travolgente sensualità creativa.


Don Giovanni, Aria del Catalogo. Luca Pisaroni (Leporello), Barbara Frittoli (Donna Elvira). Orchestra del Metropolitan Opera House di New York, direttore Fabio Luisi.


Così fan tutte, “Una donna a quindici anni”. Ginger Costa-Jackson (Despina). Orchestra dell’Opéra National de Paris. Direttore, Philippe Jordan.

P.S. Certamente mi direte: ma prima di tutto questo, non c’era già il “Cherubin d’Amore” de  Le nozze di Figaro? Non è lui a turbarsi e turbarci con azzardati desideri possibili (Barbarina) e impossibili (La Contessa)?
Ebbene sì, il desiderio è il motore dell’adolescenza, anche di quella di un ragazzino precoce che canta con voce di ragazza e palpita con cuore di giovanotto: “Sospiro e gemo/ Senza voler,/ Palpito e tremo/ Senza saper.”

Un caro saluto amici, per ritrovarci al più presto.
Carlo Boschi
blog@lemuse.or.jp

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